Due uomini si incrociano. Si guardano, si notano. Uno di loro sarà ossessionato da quello sguardo e con estrema difficoltà se ne libererà. L'altro ci passerà sopra. Come un'inezia. Si guardano e si notano nei pressi di un trampolino di una piscina molto nota. Uno si butterà, con grazia leggendaria e sfrontatezza da brividi. L'altro, incapace di buttarsi, straziato da un vuoto che riesce a percepire solo per sentito dire, guarda alla ricerca di un coraggio che non arriva mai. I due non si parlano. Eppure comunicano. Non si conoscono. Eppure i loro gesti parlano fra loro.
Come musicanti che eseguono una partitura in due movimenti, due attori intrattengono ognuno un assolo dell’anima, uniti e slegati nello stesso tempo.
Sospinti da un invisibile direttore dentro le profonde cadenze di un’armonia che danno a intendere di conoscere, o addirittura rinnegare.
Tra i due, qualcuno ossessionato dai ricordi e dalla paura di steccare, darà le spalle alla scena della vita, sempre afflitto dal gomito del violinista.
Strumenti essi stessi di un mondo che pare ruotare senz’asse, i due mostrano il non-luogo della loro essenza, quello dove tutto è precluso, ma ogni cosa è ancora possibile.
Con differenti sonorità ed accenti che si diffondono tra i loro pensieri, nei loro sguardi ed espressioni, rimandano continuamente ed irrimediabilmente a un “terzo”, a quel concetto che avrebbe per sempre diviso e demarcato il confine tra esclamazioni di voce e sterile eco, la linea bianca che scandisce i giorni vissuti tra sfavillanti riflessi e una spenta realtà.
La Spallata , liberamente ispirato ai Ricordi del sottosuolo di Dostoevskij , mette in scena il “fuori” e il “dentro”, codificando al maschile un teatrale duello, quello per l’appartenenza ad una causa o per la sua totale sconfessione, pieno di tensione emotiva.
Tensione che in tanto si compenetra della propria gravità in quanto, immergendosi in essa, viene respinta dal suo stesso peso, defluendo in leggera e gradita ironia.
In un esercizio di fantasia, suggerito dall’errante instabilità di uno dei protagonisti, e dalla ambigua esattezza dell’altro, abbiamo potuto immaginare di veder muoversi sul palco, nel dipanarsi del testo, due aneliti, due disinvolte fragilità, perfino femminili nel loro essere portatori perfetti di ansie e di passato, di superba vanità, e di piena dignità.
Di questi due caratteri abbiamo allora visto le pure nudità e conosciuto la pienezza dei loro tratti, ammirandone gli incastri apparenti quanto i dissidi reali.
L’inettitudine, tema della trama e fulcro della regia, corre dunque parallela alla nostra strada, simile a neutra violenza che cerca il contatto altrui come spalla cui chiedere definitivo conforto, o come spiaggia cui riparare il relitto alla deriva della colpa originale.
Oscillando sulla superficie di una piscina, o dietro le pendici di un’esistenza senza picchi, si alternano le fasi lunari dei personaggi che la regia di Francesca Macrì fa muovere con grande sensibilità ed apertura mentale, intelligenza e inventiva, all’interno di un archetipo di notte, dove indifferentemente vediamo soffiare propositi di rivalsa e correnti malinconiche, vivere i bassi istinti come gli impazienti sogni.
I bravi Andrea Trapani e Lorenzo Acquaviva dimostrano poi entrambi una efficacia comunicativa intensa e particolare, rispondendo alla necessità di trasmettersi vicendevolmente la dote intima ed emozionale del testo, a beneficio della resa complessiva dello spettacolo; scrivendone a quattro mani il messaggio.
Dove il gesso si mescola con la polvere della sconfitta. Una vita soffocata è il periodico risultato.
In punta di piedi e La spallata rappresentano il primo e il secondo passo di una trilogia intitolata Nei dintorni dell’inettitudine: linea bianca + panchina, cui la compagnia BIANCOFANGO lavora da oltre due anni. Il proposito è quello di orientarsi su due fronti: tematico e scenografico.
In primo luogo, dunque, un'indagine nei meandri dell'inettitudine: la ricerca del significato celato nell'idea di fallimento, individuale e soventemente intriso d’ironica e tagliente tragicità. Il ritratto di tre uomini alle prese con la propria in-attitudine a vivere. Tre spettacoli, tre personaggi che in fasi diverse della loro vita, sono costretti in qualche modo a ri-guardare indietro (o altrove?) e affrontare una perdita d'identità generata e alimentata da un confronto, quasi sempre esasperato e claustrofobico, con un altro diverso da sé e inevitabilmente percepito come migliore.

Dai ricordi privati dell’autore, alle prime leggendarie pellicole “passate in tivù”. Impresse come orme magicamente intrise di qualcosa che va ben oltre qualsiasi misura del tempo.
Nell’ambito degli incontri culturali proposti quest’anno dalla Libreria Rinascita di Roma ce n’è stato uno in particolare, lo scorso 23 febbraio, di cui ci fa particolarmente piacere parlare e che vogliamo segnalare, a beneficio di tutti gli appassionati di Cinema e, ovviamente, di Teatro…teatro.
Gli storici locali di via delle Botteghe Oscure hanno infatti ospitato la presentazione del saggio “Jerry Lewis e il Doppio nel Cinema Comico Americano” , libro sul talento comico del celebre attore statunitense scritto dal nostro ottimo redattore Renato Massaccesi, per la Editing edizioni .
L’evento, di cui andiamo (consentiteci) orgogliosi, è stato l’occasione per ripercorrere le tappe del percorso artistico di Joseph Levitch (questo il vero nome del mitico Jerry), dai suoi esordi teatrali, giovanissimo, passando per il sodalizio con Dino Crocetti (Dean Martin), fino ad arrivare a metterne a fuoco le notevoli doti di regista cinematografico, meno conosciute dal grande pubblico .
Davanti a una platea tanto numerosa quanto interessata (e divertita) l’autore ha intrattenuto una conversazione, tutt’altro che cattedratica, intorno al personaggio e al suo cinema, un vero scambio di idee dai toni quasi confidenziali cui ha contribuito anche il direttore della nostra testata, Mario Sesti.
Il discorso ha preso piede dai ricordi privati dell’autore, le prime leggendarie pellicole “passate in tivù”, scene rimaste impresse come orme di un percorso emozionale (comune a molti della nostra generazione) fatto di risate infantili ma, nello stesso tempo, magicamente intrise di qualcosa che va ben oltre qualsiasi misura del tempo.
L’astrazione della maschera e il concetto di doppio , la leggerezza del tratto poetico e l’irresistibile irruenza della sua vis comica, insomma ogni elemento dell’intera filmografia di Jerry Lewis è stato “amichevolmente” raccontato proprio attraverso la descrizione del libro, con l’inconsapevole e rapida precisione di un volo d’uccello, non senza una suggestiva, e imprescindibile analisi del più ampio contesto del cinema americano dell’epoca.
Dalle memorie personali (razionalità filtrata da nitide sensazioni “a pelle”) e dalle esperienze professionali di Renato Massaccesi, dalle sollecitazioni dialettiche di Mario Sesti e dell’editore Mario Tricarico, scavando tra le curiosità e le testimonianze che si ritrovano nella pur abbondante letteratura intorno al cinema, abbiamo potuto osservare da vicino l’unicità del cinema di Jerry Lewis, dal versante della sua straripante follia comica e da quello, più “tecnico”, del suo linguaggio filmico, forse ugualmente incomparabile.
Attraverso questo libro abbiamo avuto la piacevole conferma del fatto che, se si prova a descrivere il senso profondo del Cinema, se si vuole sviscerare l’origine del segreto meccanismo che scatena una risata, si arriva dritti a quella “inspiegata” meraviglia e alla semplicità assertiva di cui, più di tutti, può essere capace solo un bambino.
Anche per questo, grazie Renato, e grazie Jerry.
Pensavamo di saperne abbastanza, del dramma dell'immigrazione e dell’angoscia che procura la povertà. Le ricostruzioni storiche e i racconti dei nostri nonni, capostipiti, magari mai conosciuti, di un’intera generazione andata a cercar fortuna fuori dall’Italia, ci avevano convinto di non avere più bisogno di sapere e capire ancora.
Il viaggio di Felicia sa invece come farci ricredere, mettendoci di fronte alle ombre della barbarie proiettate dal sole della civiltà sul nostro caro Occidente, perennemente in cerca di nuove cavie sulle quali sperimentare il suo superiore senso della Giustizia.
Felicia non ha con sé una valigia di cartone (ché nel nuovo secolo non usano più) ma nel suo borsone da viaggio conserva, senza averne coscienza, gran parte di quel che serve per vincere gli ostacoli (gli stessi del secolo passato) che incontra sul suo cammino di emigrante. Eccola allora lasciarsi alle spalle i pregiudizi che vietano di dar forma alle aspettative, con una sincerità che pare disegnare nuvole di fumetto intorno al suo viso. E fare i conti con l’accidia e l’avversione umana attraverso il pallottoliere di un’ingenuità che arma i cuori.
Ma se “lasciare alle spalle” non può voler dire cancellare gli affetti né dimenticare i sogni, la delicata e forte Felicia imparerà ben presto che le necessità materiali, quando diventano spietate urgenze, fatalmente sbiadiscono gli uni (una madre di colpo cinica e avida) e piombano inesorabilmente gli altri.
Come un pugno che fa più male quando gli si va incontro, i segni della sofferenza fanno irruzione nella vita di Felicia da una direzione inaspettata, procurando più dolore alla sua tenera gaiezza. Eppure nel suo “viaggio” scorgiamo qualcosa di nuovo.
Perché non c’è segno di compatimento in quello che racconta, né esibizione di vittimismo nei suoi appassionati lampi di malinconia. E sono graditi assenti anche quel clima di triste rassegnazione che sa di luogo comune, e il lato opposto, che fa sfociare nell’"ordinaria" ferocia la frustrazione di una condizione di vita disumana. La patina di retorica buonista (e celodurista) si stacca di netto come la matrice del biglietto d’ingresso appena la protagonista (una strepitosa e intensa Federica Bern, di cui sentiremo parlare spesso) appare in scena avvolta in una penombra mossa dalle note che rimandano alla liturgia della Chiesa rumena ortodossa.
Mentre l’"ortodossia" del testo di Claudio Pallottini sta proprio nell’introdurre con naturalezza lo spettatore dentro il mondo di Felicia e rappresentarne il viaggio in modo assolutamente diretto, con una vivacità e un’ironia che rendono la sua vita un bagaglio (pieno di vestiti e foto e sogni) di cui viene spontaneo condividere con piacere il peso, senza per questo sentirsi sollevati dalle responsabilità di una società truce e distorta.
La regia di Marco Simeoli corrisponde efficacemente, e con semplicità, al tono della scrittura, fotografando la protagonista con una forza espressiva che riesce a farne seguire i sospiri e gli sguardi, senza concedere languidezze, né disperderne una lacrima.
E allora l’effetto del sorriso di Felicia è come quello dell’alba, che anche su una coltre di nuvole nere si ostina a dipingere gli accesi colori del sole.
Il viaggio di Felicia di Claudio Pallottini Al teatro Cometa Off di Roma dal 12/12/2007 al 14/12/2007
Un testo che si sviluppa come un sottile filo, delineando tenue il punto di rifrazione di una realtà tragica e ingombrante. Linea e punto, ma anche intervallo e incrocio, silenzio e grido: ecco quanto scaturisce dalla penombra ove tutto ha inizio, avanzando verso una luce che alla fine niente illumina, se non la morte.
Un procedere a singhiozzi che riecheggia le lacrime e i sorrisi, di cui l’autore José Sanchis Sinisterra impregna la sua opera affidandone il testimonio alla regia, che prontamente lo raccoglie.
Si assiste a un gioco tutto teatrale di riflessi, che sono anche forma e mezzo di interpretazione di una realtà troppo brutta per essere vera, da cui si cerca di fuggire con ogni mezzo, quando non di rimuovere del tutto, eliminandone le radici marce.
Ay Carmela! cerca di veicolare tanta bruttura davanti ai nostri occhi in una apparentemente docile, e certo dolente alternanza tra riverberi di sogno e frammenti di realtà. E umanità fatta a brandelli. Calpestata e derisa.
Non si infrangono gli specchi, ma ci si ripara malinconicamente nella dimensione plastica del sogno, frutto del ristoro fasullo di un sonno tutt’altro che benevolo. E sono i sogni a venire infranti.
E’ in questa chiave che lo spettacolo trova la sua coerente progressione, che suscita interesse immediato e coinvolgimento vero dall’inizio alla fine, seppur celando ogni tanto qualche tratto veniale dal sapore un po’ acerbo.
Ma la collocazione della sua cifra è chiara e si fa apprezzare nella sua propensione ad aspetti ed espressioni di richiamo surreale.
Lo spettacolo è asciutto, eppure qua e là liquefatto di dolore. Mostra tinte dalle venature crude e grigie, ma è anche percorso volentieri da fremiti ideali che danno il giusto supporto e accompagnamento a gradite strisce di appeal fumettistico, complice l’impeto di Paolino , che bene incarna la prospettiva dell’accesso senza scampo ad abissi di viltà.
Un adeguato sottofondo musicale, che introduce la storia dei due protagonisti, scompare troppo presto ma non cessa idealmente di vibrare le sue risonanze anche in seguito, soprattutto nelle belle movenze e nella intensità degli sguardi di Carmela . Che è brava a lasciare immaginare (e a tenervi in sospeso il compagno) un sanguigno flamenco che avrebbe esaltato di più, su un filo di musica, il suo passionale carattere senza disturbarne la carica di significato, vertigine di ribellione commossa e mai banale.
Anche nel disegno essenziale di scene e luci, nell’interazione dei due personaggi, lo spettacolo affronta a viso aperto il dramma, senza rinunciare al dono di una ilarità che, senza troppe pretese, cerca di parlare al cuore.
Fino al punto di sembrare una richiesta di aiuto, un esse-o-esse lanciato alla nostra capacità di non dimenticare, e rimanere svegli nelle notti più buie.
Ay Carmela! di José Sanchis Sinisterra Al teatro Fonderia dell Arti di Roma dal 04 al 06/12/2007
pubblicato su www.teatroteatro.it
L’idea originaria dell’autore Ephraim Kishon contiene in sé la capacità di esprimere una disposizione irrefrenabilmente comica e paradossale che, con una qualche accortezza interpretativa di una regia attenta, lascerebbe magari emergere quella certa vena dissacratoria che non guasta mai.
Con una qualche sorpresa, e con molto rammarico, registriamo tuttavia che l’intero potenziale del testo da cui è tratta la commedia è stato bruscamente murato vivo all’interno delle pareti del teatro, che per l’occasione non hanno avuto nemmeno la forza di riprodurre l’”arte” e l’effetto di ben altri, e meno nobili mezzi di intrattenimento di massa.
Oh Romeo.. avrebbe potuto legittimamente aspirare all’impresa di far rinfocolare l’amore per i cosiddetti classici, celebrando un teatro fatto di potenti intuizioni introspettive, di invettive e dispute di carattere etico, proprio attraverso l’uso calzante e la giusta inclinazione verso il puro senso del grottesco.
Ma questa "farsa con musiche dall'originale How now Juliet " finisce soltanto con il far rimpiangere amaramente i bei tempi in cui un certo, e noto trio si divertiva a far divertire, magari con poco.
Lo spettacolo si rivela scomposto e sbiadito, così come piatto e un po’ generico è il polso della regia che, neanche tanto inconsapevolmente, si affida solo al superbo estro di Massimo Lopez.
E’ un peccato constatare come tutto il resto si disperda: a cominciare proprio dal testo, privo della minima logica interna, dalla caratterizzazione dei personaggi, fino alla dinamica delle singole scene, letteralmente inchiodate alla monotonia nelle parti orfane del talento monstre di Lopez.
Anche la bravura della principale partner femminile in scena, una volitiva, precisa e sicura Alessia Duca, si perde nelle incertezze della regia, alle prese con svolgimenti ripetitivi già al sipario iniziale (un vero record difficile da battere).
Complice anche il registro impartito al Romeo di turno, un Giuliano Chiarello da rivedere in un’altra occasione, che non ha scampo in mezzo al guado, sempre a metà tra l’inutile verso al Giandomenico Fracchia del primo, “mitico” Paolo Villaggio e le non riuscite parodie della posa e gestualità delle commedie “alla maniera” di Johnny Dorelli, o delle macchiette di Enrico Montesano. Altra pasta di attori, nonché grandi show-man.
E soprattutto altro genere di spettacoli, che con la forza della comicità e della leggerezza, frutto di una competenza vera, hanno rappresentato per anni aspetti importanti del fare teatro in Italia, anche sfruttando (perché no?) l’onda benevola della marea dei varietà catodici. Indipendentemente (si badi bene) dall’irrisolta questione su che cosa significhi e cosa sia il teatro.
Così come dotato di autentico talento e professionalità è Massimo Lopez, che non ha bisogno di scimmiottare alcunché, né certamente di spettacoli di questo tipo, per far conoscere e apprezzare la naturalezza con cui in scena riesce praticamente a fare di tutto: cantare, ballare, recitare.
Essere insomma un attore vero.
Ci piacerebbe rivederlo così, sempre.
Oh Romeo.. (How now Juliet) Al teatro Vittoria di Roma dal 27/11/2007 al 23/12/2007
pubblicato su www.teatroteatro.it
Con una garbata tenerezza ormai desueta, due persone attraversano insieme l’esistenza tenendosi per mano. Un uomo e una donna, due ragazzi eternamente giovani, ed eternamente innamorati, a modo loro, di quanto di più bello, e difficile, può offrir loro il mondo.
Ripongono con cura dentro il cuore il segreto di un’amicizia rara, di cui si fanno reciprocamente dono. Custodiscono gelosamente la chiave del loro affetto, unico davvero, coltivandolo come il fiore all’occhiello della loro vita.
Instancabili, due singolari personaggi alimentano l’arte e la pazienza di raccoglierne e gustarne, giorno dopo giorno, l’inesauribile frutto dal nome e dal sapore ignoti.
Tutto in una penna, appendice delicata di ciò che di più intimo gli uomini possiedono: nel suo inchiostro l’inarrivabile valore di uno rapporto epistolare mantenutosi intatto dall’infanzia.
Le descrizioni di giornate vuote e apparentemente sempre uguali, gli scambi di vedute su futili argomenti, le prime timide speranze nel futuro. Ma anche il rapporto con i propri genitori, gli inviti ai balli studenteschi, quasi sempre disattesi. E i primi, focosi amori, deludenti come gli ultimi.
Tutto suonava così maledettamente ostinato e irriducibile, così benedettamente bello e romantico in quell’oceano di parole, adagiate su missive ignare della fatica, a declinare un alfabeto appassionato e grezzo come un diamante, tenero e intimo come una carezza.
Valeria Valeri e Paolo Ferrari ci regalano esattamente questo: passione, purezza e tenera intimità, rendendo pienamente il senso dei momenti indimenticabili di una lunga e inesplicabile storia d’amore. Davvero si è avuta l’impressione che Paolo e Andy fossero lo stesso, timido e compassato adolescente, e che Valeria avesse la stessa allegra curiosità della vita della Melissa sbarazzina e di buona famiglia. Sulla volta di un sobrio palcoscenico abbiamo visto, grazie a loro, le stelle di un cielo che non conosce tramonto, se non quello ineluttabile della vita.
I due protagonisti di Lettere d’amore vivono nelle più piccole sfumature della voce, nei versi leggeri come sorrisi, e in quelli bagnati dalle lacrime, nelle parole trasportate dalla brezza della gioventù o sferzate dalla tramontana di una vecchiaia che avvizzisce la pelle, ma dirada le nuvole, e infine fa brillare un nuovo sole.
Una scrittura ricca di emozioni, che ruota attorno alla costruzione di un amore ingenuo, una semplicità che rifugge gli artifici, per una rappresentazione intensa, fatta di continua e complice partecipazione.
E del talento di due grandi attori, che di ogni gesto cercano il senso, schivando il vuoto scalpore di facili effetti.
Rapiti e commossi, ci accorgiamo di aver sbirciato il fedele carteggio che ha accompagnato la vita di Andrew e Melissa, vera coppia senza saperlo, nel viaggio senza sosta da un capo all’altro del mondo, che li ha avvicinati ogni giorno di più.
Fino all’ultimo hanno pronunciato, e ascoltato, soltanto parole d’Amore.
Lettere d'amore (Love letters) di A. R. Gurney Al teatro Orologio Sala Grande di Roma dal 13/11/2007 al 02/12/2007
Per quella Medea astuta e ardente, che desta incanto e incute spavento, l’autore Giuseppe Manfridi sembra quasi provare compassione e rabbia, facendo alitare, tra i versi, gli spettri del suo fallimento prima di prolungarne, fino all’estremo, le ombre della sua eterna maledizione.
In Medea la matriarca si scorge tensione parossistica, narrata, dipanata, in effetti interpretata, che poggia su distinti equilibri e scompensi. Tra elementi simmetrici, come l’umano e il magico, e termini contrapposti e apparentemente inconciliabili, in bilico tra morale e utilitarismo spietato.
Di tutto questo, la penna di Manfridi non fa difetto, guidata da slancio poetico, così come non mancano pensiero analitico, una lettura in controluce di eventi e personaggi, e strisciante pathos.
Dell’originario Euripide scorgiamo l’alterno evolversi di realtà “imperfette”, e ugualmente tragiche, quella degli uomini e quella soprannaturale, e dell’impronta della regia vediamo i segni, univoci, di un uomo moderno che non è capace di sganciarsi da memorie ancestrali, fatte di amori e rappresaglie consumati con lo stesso spirito mercenario.
La rappresentazione però chiama lo spettatore, per certi versi coraggiosamente, ad un inusuale sforzo di attenzione, teso a tenere sotto controllo lo svolgersi di un testo certamente interessante, ma forse non completamente adattabile alla resa teatrale.
Testo di cui la regia di Claudio Boccaccini fornisce un’esegesi coerente ma nel complesso non entusiasmante.
Il sottile e pregiato filo degli equilibri e scompensi non appare infatti evidenziarsi in una misura “scenica” emotivamente apprezzabile, nel senso di non riuscire a comunicare al cuore, come era invece lecito aspettarsi anche per l’impegno profuso dagli interpreti.
Teatralmente di scarsa intensità risulta essere poi il tentativo, appropriato, di rendere la potenza del coro tragico nelle sfumature “moderne” di echi e voci fuori campo, peraltro a tratti non del tutto comprensibili, o negli effetti sonori registrati che alla fine annotiamo senza sorpresa, un po’ sovrabbondanti, quasi come un fardello agli attori, e solo un diversivo al ritmo.
Evidenti, e piacevoli nel risultato, la precisione scenografica e l’attenzione posta soprattutto in qualche scena, dove l’incrocio tra prospettive e vuoti di spazio ha saputo far presa dando maggiore consistenza ai personaggi, pur alle prese con un generale clima di staticità, se non latitanza, del pathos avuto in dote dalla scrittura.
Le combinazioni dei colori di scena sono però ricercate e ben riuscite, e hanno avuto il gradevole effetto di assecondare l’andamento della trama, accompagnata tuttavia da musiche prese in prestito da altri contesti, mostrandosi alle volte come un ottimo contraltare a certe timidezze della recitazione, a svantaggio di una prestazione globale al di sotto delle attese.
Medea la matriarca di Giuseppe Manfridi a Roma Teatro Spazio Uno (vicolo dei Panieri 3) 20/11-16/12
Un testo dal valore letterario intrinseco, che sa esprimere sempre, ed in ogni circostanza, la ricchezza di cui si fa portatore. Ricchezza di contenuti in quanto principio e termine filosofico, laddove tenta di indagare forme e modi dell’agire umano nella sua realtà, e rigoglio poetico di lunga gittata, nel senso di saper esprimere tutta l’emozione che deriva dal nostro vivere nel mondo, e riuscire a raccontarla con assonante sensibilità.
Il Faust di Goethe è probabilmente una risultante di questi due elementi, tanto possente e attrattiva al punto da emanare un richiamo quasi sovrannaturale nei confronti di chi gli si accosti.
Ai limiti della malia dunque la favola del Dottor Faust , oltre il piano mistico la sua leggenda, e modernamente primordiale il suo dramma, diverso e simile a quello di tutti gli uomini.
Così si può cercare di collocare l’opera, per provare ad avvicinarsi a una comprensione più interiore.
Glauco Mauri porta in scena il suo adattamento del Faust navigando sopra tutto questo profondo, e inquietante, mare di spirito e scienza, tragedia e follia, con la accesa e condivisa ambizione di conciliare quelle profondità e quelle inquietudini. Di ricondurle all’interno di una esposizione, e di una interpretazione, le più fedeli possibili alla sorgente.
Ma la chiave più “giocosa” scelta per aprire le acque, e dichiarata nelle note di regia, produce l’impressione di non cogliere completamente nel segno.
Di certo si tratta di uno spettacolo indiscutibilmente ben congegnato, onesto, realizzato con vera passione, cosa che fa di una rappresentazione un’opera dell’ingegno, e la giusta attenzione.
Davvero apprezzabile è l’effetto dell’apparizione di Mefistofele , del quale si percepisce, non solo visivamente, l’imponente figura, che accrescendo lentamente la propria dimensione fisica sul palco incrementa nello stesso tempo il suo peso nell’immaginario, attraverso un intelligente e semplice dispositivo di scena.
Il lungo duetto in contraltare con il Faust è in parte praticato in sottigliezza, in modo da farne emergere ora le forti diversità, ora i legami di necessaria simbiosi, dando origine a una chimica di scena tra i protagonisti che tuttavia, specialmente nella seconda parte dello spettacolo, tende ad attenuare i ritmi e gli accenti nei passaggi di senso.
In effetti, la autorevole interpretazione di Glauco Mauri, come del suo alter ego Roberto Sturno, si è rivelata alquanto “razionale”, tanto da sottrarre slancio, in qualche punto, sia al gioco, sia al dramma, piuttosto che approfondire i momenti in cui l’uno invece dell’altro sarebbero stati più funzionali, per non dire intrinseci, al divenire stesso della scena.
Ad accompagnare lo sviluppo della trama le scenografie di Mauro Carosi, nell’uso non marginale o accessorio che contribuisce e si adatta all’organizzazione dello spettacolo, e soprattutto i costumi di Odette Nicoletti, disegnati con perizia e tanta inventiva, per una resa complessiva di uno spettacolo che tuttavia, alla fine, ha lasciato la sensazione come di una bomba esplosa solo in parte.
Difficile scoprire le sorgenti del mare, di cui più di qualcuno ne dubita a ragione l'esistenza, anche solo per paura della verità. Tanto più “il Faust è qualcosa di incommensurabile, e tutti i tentativi per avvicinarglisi per mezzo dell’intelletto sono vani” .
Faust di Johann Wolfgang Goethe Teatro Quirino ETI Vittorio Gassman di Roma dal 13/11/2007 al 09/12/2007
Una regia accorta, ben sorretta da sottili intuizioni ha saputo estrapolare il nucleo più intimamente dilettevole de La Polizia, intelligente commedia dell’autore polacco Slawomir Mrozek, scritta in piena epoca di destalinizzazione, percorsa da paradossi tragicomici e senso del grottesco.
In tre movimenti dinamici, legati dal comune ritmo in crescendo, Giorgio Serafini Prosperi e il suo affiatato gruppo di attori rendono in pieno quel retrogusto amaro che ogni sbeffeggio al potere contiene in sé, specie se nobilitato dall’acume di una prosa penetrante, composta di versi dettati dal cervello, ma diretti allo stomaco dello spettatore.
Così lontani appaiono quegli anni di una Polonia imbevuta di socialismo “poliziesco”, eppure così attiguo ai nostri tempi è lo spirito e il segno di una commedia che nel ridicolo intravede la via di fuga da falsi ideali e mortificazioni dispensate a tasso zero, che non rispettano ortodossie di schieramenti politici né tantomeno ordinamenti economici.
I sei personaggi sulla scena sono alle prese con un potere politico, oscurantista e gretto, che non può fare altro che rimanere uguale a se stesso, per non essere travolto dal libero pensiero, gonfiarsi il pluridecorato petto sotto la divisa per non soggiacere alla inveterata incapacità di vivere senza pregiudizi.
L’estro istrionico degli attori suggella il tutto, interpretando gli indizi del disagio sociale e disponendoli qua e là come tessere di un mosaico.
Nei loro tic le perversioni, nei gesti ripetuti la noia, nelle funzioni espletate l’essenza della vacuità, il tutto immerso in un goffo corollario di ossequi all’ordine costituito.
Tutto in superficie è lucidato e spolverato, i ritratti appesi alle pareti come i pavimenti di una casa popolare, ma è dentro il corpo sociale, dentro le coscienze, che si annida il virus più pericoloso che nessuna zelante casalinga potrà rimuovere, dentro di noi le ombre del passaggio dei fantasmi della contestazione, che nessun solerte funzionario di polizia può debellare. E la giostra dei personaggi cui la regia dà l’appropriato abbrivio, nel vorticoso ruotare del testo afferra proprio l’esatta misura di quel contrasto insanabile. Dolorose fratture individuali, da ingessare con immersioni di immobili discipline, e crepe sociali evidentemente necessarie, entro cui si insinua il confine mortalmente elettrificato tra ciò che per noi appare giusto e ciò che invece è reso lecito da altri. Ecco allora che, tra una provocazione di Stato e una confessione simile ad un’intervista, l’autore fa sbocciare via via dei fiori colorati cui i personaggi offrono il proprio stelo ritto, ma irto di mille spinose contraddizioni. Colori e spine che lo spettacolo sa cogliere e far ammirare, in un baccanale di antinomie.
Il paradosso finale, ironico e delirante, ci lascia un interrogativo più esplosivo e disgregante della granata lanciata in scena: la vittoria della società è la fine dell’uomo, o è vero il suo esatto contrario?
La Polizia di Slawomir Mrozek Al teatro Politecnico di Roma dal 08/11/2007 al 18/11/2007